SottoControllo

18 09 2010

Ciclo di otto conferenze da Ottobre 2010 a Gennaio 2011 sul tema del controllo sociale:  Qui di seguito la presentazione.

Il controllo sociale nelle sue varie sfumature: dalla definizione nelle scienze sociali al suo concretizzarsi nella storia, nella gestione del territorio, nell’architettura, nelle nuove tecnologie e nelle politiche pubbliche.

“Essere governati, significa essere controllati a vista, ispezionati, spiati, diretti, legiferati, regolamentati, parcheggiati, indottrianati, pregati, controllati, soppesati, apprezzati, censurati, comandati, da esseri che non hanno nè il titolo, né la scienza, né la virtù(…). Essere governati significa essere, a ogni operazione, a ogni transazione, a ogni movimento, annotati, registrati, recensiti, tariffati, timbrati, tosati, quotati, patentati, diplomati, autorizzati, ammoniti, impediti, riforamti, raddrizzati, corretti. Significa, col pretesto dell’utilità pubblica e in nome dell’interesse generale, alla minima resistenza, alla prima parola di protesta, repressi, multati, vilipesi, braccati, strapazzati, picchiati, disarmati, legati, imprigionati, fucilati, mitragliati, giudicati, condannati, deportati, sacrificati, venduti, traditi, e come se non bastasse,presi in giro, beffati, oltraggiati, disonorati. Ecco il governo, ecco la sua giustizia, ecco la sua morale! E dire che ci sono tra noi dei democratici che pretendono che il governo abbia del buono; dei democratici che sostengono, in nome della Libertà, dell’Eguaglianza, della Fraternità, quest’ignominia (…).” P.-J.Proudhon, “Idée generale de la révolution au XIXe siècle

L’evento si svilupperà attraverso una serie di incontri in cui saranno invitati a parlare studiosi della materia e comitati, a cui seguiranno dibattiti relativi all’argomento trattato di volta in volta.

Il ciclo avrà inizio con l’intervento del Prof.re Filippo Buccarelli, docente di Sociologia della Devianza all’Università degli Studi di Firenze, che introdurrà i concetti fondamentali di devianza e criminalità, controllo sociale e repressione.

Nelle conferenze che seguiranno si vedrà come questi concetti si concretizzino in vari aspetti della vita sociale:

Natalia Caprili, dott. In Filosofia,  esporrà la sua tesi di dottorato nell’intervento sul controllo sociale in tempi di rivoluzione.

Il suo contributo verterà sul problema della “sociabilità” femminile durante la rivoluzione francese.

Il controllo realizzato attraverso le politiche urbanistiche, prendendo in esame il caso eclatante dell’Aquila, verrà trattato dall’ Arch. Georg Frisch, curatore del libro “L’Aquila. Non si uccide così anche una città?”.

Per quanto riguarda il controllo delle “nostre” città, parteciperà il Dott. Davide Calenda, ricercatore presso l’Università degli Studi di Firenze, che tratterà dei concetti di sorveglianza e videosorveglianza, fenomeni in crescita anche in Italia, per illustrare come queste pratiche siano sempre più frequenti nella nostra vita, dal pagamento tramite carta di credito ai chip nelle tessere magnetiche, alle videocamere “biometriche”.

Il Dott. Massimo Leone, ricercatore all’Università degli Studi di Torino, interverrà sul fenomeno delle Gated Communities e Comunità Ghetto, compiendo un’esplorazione semiotica tra realtà sociale, letteratura e cinema.

Grazie al contributo del Comitato Verità e Giustizia sarà affrontato il tema delle morti in carcere e ad opera delle forze dell’ordine. Fenomeno che nel nostro paese è stato scoperto dall’opinione pubblica solo negli ultimi anni in seguito ad alcuni episodi clamorosi, e che vuol far riflettere sul concetto della pena carceraria, sulle condizioni delle nostre carceri e sul modus operandi della polizia italiana.

Marco Rovelli, scrittore e cantautore, esporrà le sue ricerche sull’immigrazione in Italia e i suoi drammatici risvolti, come il lavoro servile e le strutture di controllo quali i CPT e i CIE. Il titolo del suo intervento sarà: “A cosa serve produrre clandestini? A produrre servi.”

Il Giornalista di Peace Reporter Luca Galassi tratterà delle politiche securitarie nelle banlieues parigine a distanza di sei anni dalle rivolte violente delle periferie.”

 

11/12/2010 OMICIDI DI STATO

Molto sentito e partecipato il sesto incontro del ciclo “sotto controllo”; la giornata trattava gli omicidi di Stato.
Durante la giornata sono stati trattati particolarmente quattro casi: Aldo Bianzino: falegname di 44 anni arrestato assieme alla sua compagna nel 2007 per coltivazione e detenzione di canapa, deceduto dopo due giorni all’interno del carcere di Perugia.
Patrizia, rappresentante del comitato Bianzino ha evidenziato come questo si possa definire omicidio del proibizionismo.
Peppe Tarallo, in qualità di rappresentante ha raccontato l’odissea che ha portato alla morte Francesco Mastrogiovanni, anarchico morto in seguito ad un TSO presso il reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania.
La mamma di Manuel Eliantonio e Daniele Franceschi hanno narrato come i loro figli sono arrivati a trovare la morte il primo nel carcere di Marassi il secondo nel carcere di Grasse (Francia).
Dalla giornata è emersa la necessità di informare su questo fenomeno che, salvo rari casi non trova spazio nell’informazione dei media nonchè di coordinarsi sostenendo le famiglie molto spesso non in grado di avere a che fare con avvocati, medici legali quindi isolati tanto da non riuscire ad andare a giudizio, trovandosi di fronte a casi archiviati per morte per cause naturali o suicidio, quando il corpo della stessa vittima rivela evidenti segni di percosse.
Tenere alta l’attenzione sugli omicidi di stato è un mezzo per mettere un freno a questo fenomeno che colpisce indiscriminatamente ogni ceto sociale e impedire che diventi “consuetudine”.
A pochi giorni dal 41esimo anniversario di Piazza Fontana è stato ricordato Giuseppe Pinelli, quale simbolo degli omicidi di stato in casa anarchica e dalla voce di Pino Masi un ricordo è andato tra gli altri anche a Franco Serantini massacrato di botte nel carcere di Pisa a soli 21 anni.
Il trio Pino Nastasi, Gianluigi Ago e Claudia Bellucci hanno proposto una canzone composta per Stefano Cucchi e una sulla strage di Bologna.
Maria Eliantonio ha citato alcuni nomi delle vittime dello Stato invitando i presenti ad informarsi sulle loro storie affinchè non vengano dimenticati:
Marcello Lonzi, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri, Vito Daniele, Riccardo Rasman, Giulio Comuzzi, Niki Aprile Gatti, Simone La Penna, Bledar Vukay, Carlo Giuliani…. e sono solo alcuni….

Il prossimo incontro dal titolo “A cosa serve produrre clandestini? A produrre servi.” con Marco Rovelli, si terrà sabato 15 gennaio 2011 presso la Sala di Rappresentanza del Comune di Carrara a partire dalle ore 16.

09/10/2010 CI FU UNA RIVOLUZIONE FEMMINILE ALL’INTERNO DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE?

Il secondo incontro del ciclo sottocontrollo è dedicato alla figura delle donne nella sfera pubblica durante la rivoluzione francese. Le dinamiche di esclusione e di controllo sociale sulle donne vengono focalizzate durante quel periodo, ma purtroppo poco si discostano anche dal presente. Poco ci si ricorda del ruolo fondamentale che le donne hanno avuto durante la rivoluzione, poiché le loro gesta vengono regolarmente ridimensionate e nel corso degli anni dimenticate.

La donna oggi come allora è un soggetto sociale che subisce più degli altri gli stereotipi e le etichette e proprio tramite questa prassi si cerca di allontanarla dalla vita sociale attiva. Anche quelle caratteristiche che le si attribuiscono e che potrebbero sembrare positive: grande capacità di sacrificio e amore verso gli altri, lo spirito materno, in realtà altro non sono che strategie di allontanamento.

Parlando di rivoluzione francese, vediamo che è proprio su queste dinamiche che i rivoluzionari uomini riuscirono ad ottenere un maggior controllo sociale sul comportamento delle donne.

Nel 1789 esiste una rivoluzione nella rivoluzione: ovvero l’avvicinamento del ruolo femminile alla sfera pubblica. Per la prima volta nella storia le donne partecipano  in grande numero all’azione politica, mettendo in discussione la separazione tra sfera pubblica e privata. Per le donne di tutta Europa si può dire che è l’inizio di un cambiamento, un germe che Focault chiama “pratica di libertà”. Durante quel periodo le donne hanno maggior presa di coscienza dell’appartenenza ad un azione comune e possono sperimentare realmente che cosa significhi avere maggiori libertà, maggior peso nella partecipazione pubblica quotidiana.

In questi frangenti la donna comincia ad aprirsi ad alcuni concetti di modernità e a pensare di prospettarsi potenzialmente libera, questa però deve combattere non solo contro i pregiudizi e i costumi, ma anche contro medici e scientisti del tempo, i quali si impegnano  per trovare delle teorie secondo le quali, la donna si può ritenere “essere inferiore”.

Lo stravolgimento dei ruoli sociali imposti aiuta a creare i cosiddetti spazi per la critica come ad esempio le riunioni della “Societé rivolutionnaire”, i “salon” i caffè, i bar, teatri e spazi pubblici dove venivano lette le “gazzette”, questo permetteva a a tutti coloro che erano analfabeti di essere informati su quanto stava accadendo.

Il mondo moderno che stava nascendo avrebbe dunque permesso alle donne di avere una presenza costante sulla scena pubblica?

Le donne in questo frangente cercano di uscire dall’analfabetismo e dicono la loro sulla nazionalizzazione dei beni del clero, fanno proposte di risollevazione delle finanze dello stato, si preoccupano della sorte dei neri e degli ebrei, accusati fin da allora di usura, sfruttando ad esempio in forma anonima, i “cahier de doléances”, istituiti dagli Stati Generali riuniti dal Re, attraverso i quali i sudditi fanno pervenire i propri reclami.

Le “Donne del terzo stato” rivendicano il diritto d’istruzione, accesso ai mestieri e diritto di cittadinanza, sebbene in pieno governo rivoluzionario, Marat dichiarasse: che sì tutti i cittadini debbono godere di uguali diritti, ma… le donne non devono prendere parte agli affari.

Infatti, le donne che “esageravano” in atteggiamenti rivoluzionari, venivano punite facilmente con rasatura dei capelli e in alcuni casi anche ghigliottinate, dunque il peso delle tradizioni e delle chiusure continua a farsi sentire.

Durante questi anni la donna è considerata una colonna portante della società rivoluzionaria, ma nel ruolo di “angelo del focolare”.

Nel 1793, il potere rivoluzionario si concentra in sempre meno soggetti e si assiste ad una centralizzazione dello stesso. In questo stesso anno aumentano le rivendicazioni delle donne che denunciano sia l’artificialità del principio di uguaglianza, sia il sistema di rappresentazione. Come spesso accade infatti sono le minoranze che mettono in luce gli aspetti critici del sistema politico adottato ed è per questo motivo che il governo rivoluzionario vieterà alle donne la partecipazione alla vita politica, i club e le organizzazioni femminili rivoluzionarie usciranno così di scena.

Alcune figure femminili legate alla rivoluzione

Théroigne de Méricourt, ispirata dalle parole di Robespierre, assume sembianze maschili e si arma, tanto da venire definita “l’amazzone”, nel tentativo di conquista del diritto di cittadinanza, in  molte la seguono ma senza risultato.

Maria Antonietta viene accusata durante il suo processo di impiccagione di aver reso effeminato il marito, di aver intrattenuto relazioni e rapporti lesbici, di aver trascurato i doveri di madre e aver avuto rapporti incestuosi, dunque la sua condotta familiare è il fulcro della sua accusa, non già la sua condotta pubblica.

Un altro personaggio importante è Pauline Léon che ha fondato la “Società delle Cittadine Rivoluzionarie Repubblicane”, in cui confluirono i soggetti più radicali, che attraverso la dichiarazione dei diritti comuni dell’uno e dell’altro sesso rivendica i diritti politici.

Olympe De Gouge, appartenente alla vecchia classe aristocratica e dunque tra le poche donne a saper scrivere, nel 1791 attraverso la “dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” rivendica i diritti delle minoranze (tra cui il sesso femminile), purtroppo le sue azioni vengono poco ricordate e nel 1793 viene ghigliottinata perché ritenuta una controrivoluzionaria, una che aveva rinnegato il proprio sesso, un “virago”.

Conclusioni

Proprio dalle ineguaglianze della vita di tutti i giorni, che la donna subisce in prima persona, nascono le rivendicazioni di equità dei diritti e di libertà. Quando la rivoluzione diventa più radicale, le donne perdono campo, ma nel 1792 ottengono per la prima volta nella storia il diritto al divorzio, all’aborto e nel 1795 ottengono il diritto di cittadinanza. Tutte queste conquiste avranno però breve durata e proprio in Francia l’aborto tornerà legale solo negli anni ’70 del novecento.

Simone de Beauvoir dichiara: “…sì le donne nell’insieme sono inferiori agli uomini, cioè vivono in una situazione che apre loro minori possibilità, il problema è di sapere se questo stato di cose, deve perpetrarsi”.

02/10/2010  NON C’E’ INNOVAZIONE SE NON C’E’ DEVIANZA

02.10.2010 Ogni gruppo sociale, per agire, per trasformare il mondo in cui vive, per produrre, ha necessità di strutturarsi e ogni gruppo che si strutturi e si organizzi sviluppa dinamiche di potere. Non esiste rapporto paritario, nemmeno il rapporto a due (o il “rapporto di coppia”) è esente da queste dinamiche: ci sarà sempre uno dei due soggetti che si avvicinerà alle posizioni dell’altro. Questo è  quello che i sociologi ci dicono riguardo alla società occidentale.
Inoltre, più il gruppo è allargato e articolato, maggiori saranno le istituzioni attraverso le quali il potere stabilirà un ordine, al quale tutti gli individui facenti parte del gruppo dovranno uniformarsi, ed un sistema di controllo (il controllo sociale) che manterrà questo ordine. Gli studi sociologici ci dicono anche che dove c’è potere e ordine, c’è devianza.
Questa la premessa, un po’ scomoda, molto vincolante a cui ci ha messo davanti Filippo Buccarelli prima di addentrarsi nella definizione di devianza, criminalità, controllo sociale e fornirci gli indizi per comprendere gli sviluppi della società attuale rispetto a questi temi.
La devianza altro non è che lo scostamento dalle aspettative comuni; il crimine è lo scostamento dalle norme, non sociali, bensì giuridiche. Va da sé che essendo questi comportamenti difformi da norme precostituite, se si cambiano le norme e la cultura dominante che le produce, cambia il concetto di deviante e criminale. Come sottolineato nell’introduzione all’intervento di Buccarelli da Cecilia Biancalana: “si tratta di costruzioni sociali perché la devianza non esiste a prescindere dalla comunità e della cultura che la crea e la sorregge” e il gruppo necessita di queste costruzioni poiché si fonda sulla logica della similitudine, dell’inclusione e non della differenza.
Il comportamento deviante per essere riconosciuto come tale ha bisogno di essere etichettato, in modo che sia immediatamente riconoscibile dai membri del gruppo. Il processo di etichettamento avviene attraverso gli apparati del potere, le istituzioni dello stato come la scuola, l’università, le istituzioni totali come gli ospedali psichiatrici o i carceri o ancora, dai mass-media (in particolare, nel nostro paese, la televisione), definiti anche “imprenditori morali” per la grande capacità di accreditare e diffondere etichette.
All’etichettamento segue una sanzione, che nel caso di comportamento criminale si traduce in pena.
La società  attuale, molto frammentata, con una dilatazione dei valori culturali, vede il deviante, l’anomalo sempre più con timore poiché costituisce una minaccia per l’identità intrinsecamente debole del gruppo, per cui si assiste sempre più di frequente ad un processo di criminalizzazione, alla conversione di un comportamento deviante in un comportamento criminale (si pensi ad esempio all’introduzione del reato di clandestinità o alla trasformazione di una minoranza etnica, come quella dei rom, in un gruppo di criminali), mentre il controllo sociale si diluisce in una molteplicità di organizzazioni e diventa più invisibile, da cui la parvenza di libertà che percepiamo.
Ma se ogni individuo che si riunisce ad altri e forma un gruppo è soggetto ad esercitare e subire il potere, con le conseguenze suddette, quale possibilità per ostacolare o invertire il meccanismo? Questa la questione principale scaturita durante il dibattito. In sintesi, sono tre le opportunità che si possono desumere dagli studi sociologici. La prima: fare in modo che al Potere sia impedito di cristallizzare le immagini del “me”, sia reso impossibile fissare le etichette e questo può essere fatto solo attraverso la vivida esperienza dell’altro: nella libertà dell’interazione sociale, con il dialogo, con la messa in discussione costante e quotidiana delle categorie e del senso comune.
La seconda: considerare il deviante un distante-vicino, criticizzare il punto di vista del deviante perché è colui che cambia l’ordine costituito – ed è per questo che la sociologia lo definisce un innovatore – non c’è innovazione nella società senza la devianza.
Infine accettarsi l’un l’altro non per somiglianza ma per differenza, perché è la differenza dell’altro che garantisce la libertà di affermare la propria differenza.
Alcune riflessioni e domande:
Sarà  un caso che i luoghi di socializzazione vera siano sempre meno, che si assista sempre di più alla chiusura degli spazi culturali e interculturali, rimpiazzati dagli spazi dell’interazione virtuale, facilmente controllabile dal Potere?
In sociologia si parla di potere quando questo è legittimato da tutti i membri del gruppo e di potenza quando, venendo meno la legittimità, la classe dominante utilizza strumenti violenti e repressivi per mantenere l’ordine. Nel nostro paese non sarebbe forse più corretto utilizzare il termine di potenza più che di potere?
 
 
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