Paola Nicolazzi ci ha lasciati

8 06 2014

paolaSi è spenta sabato mattina al termine di una lunga malattia Paola Nicolazzi. Storica attivista anarchica, cantautrice e cofondatrice dell’Archivio Germinal e della cooperativa Tipolitografica, dove, ancora oggi, viene stampato il settimanale anarchico “Umanità Nova”. Paola Nicolazzi aveva appena compiuto 81 anni.
Nata a Stresa in provincia di Novara, sul Lago Maggiore, era arrivata a Carrara nel 1976, per raggiungere il fratello Alfonso Nicolazzi, insieme al quale, con altri compagni, contribuì a dar vita alla tipografia di via San Piero.
La vita di Paola si divide tra la passione politica e quella per la musica e il canto: collaborò con i Dischi del Sole, storica etichetta discografica con sede a Milano, esprimendo la sua militanza nei gruppi anarchici con la voce, come interprete e autrice; girando le piazze d’Italia con spettacoli e recital legati alle varie campagne del movimento. Tra i suoi lavori, la trasposizione in musica della poesia “Schiavi” di Belgrado Pedrini, da cui nacque “Il Galeone”, uno dei brani storici del canzoniere libertario; l’impegno per la liberazione di Giovanni Marini e contro le centrali nucleari; la lotta per la chiusura della Farmoplant di Avenza. Paola Nicolazzi amava cantare accompagnandosi con la chitarra: tra le interpretazioni a lei più care, quella di “Addio a Lugano” con Giorgio Gaber e Francesco De Gregori, nel 1975 al Teatro Uomo di Milano. Nel corso degli anni ebbe molte collaborazioni lavorando tra gli altri con Giovanna Marini, Gualtiero Bertelli, Ivan Della Mea, Les Anarchistes e da ultimo con Alessio Lega.

Ciao Paola, la tua voce ci accompagnerà sempre nelle nostre lotte!

 

I funerali si terranno lunedì 9 giugno alle 15. Partenza presso obitorio di Carrara. 





COMITATO VERITA’ E GIUSTIZIA PER FRANCESCO MASTROGIOVANNI

9 05 2013

ImageInformiamo che il Giudice, Dr.ssa Elisabetta Garzo, Presidente del Tribunale di Vallo della Lucania (Sa), sabato 27 aprile 2013 ha depositato le motivazioni della sentenza n. 825/12, pronunciata il 30 ottobre 2012, sul processo a carico dei medici e degli infermieri, imputati per la morte di Francesco Mastrogiovanni, il maestro elementare deceduto nel locale ospedale a causa di una disumana e ininterrotta contenzione di 83 ore, praticata da sei medici (condannati) e da dodici infermieri (assolti), che lo ebbero in «cura» (e che cura!) dal 31 luglio al 4 agosto 2009, dopo un illegittimo Trattamento Sanitario Obbligatorio.
La sentenza, di ben 183 pagine, è integralmente disponibile in tre parti sul sito facebook «Giustizia per Francesco Mastrogiovanni».
Per la sentenza non è possibile fare appello, cosa che può fare – così come auspichiamo – solo la Procura presso la Corte di Appello di Salerno.
Il «Comitato Verità e Giustizia per Francesco Mastrogiovanni» intende proseguire la battaglia di civiltà e di umanità per far sì che la tragedia di Mastrogiovanni non venga dimenticata, ma anche per far sì che la vicenda subita da Mastrogiovanni non accada mai più né in Italia né in altre parti del mondo.
Anche se nel giudizio di primo grado non riteniamo adeguate le pene inflitte ai sei medici, né condividiamo l’assoluzione dei dodici infermieri, ritenuti impreparati e meri esecutori di ordini altrui, sottoliniamo che viene restituita un minimo di dignità a Francesco Mastrogiovanni, ch’era stato descritto come violento e volgare.
Un sentito rinnovato ringraziamento esprimiano a quanti, in Italia e all’estero, uomini e donne, giornalisti, medici, e semplici cittadini hanno condiviso la nostra battaglia e ci hanno espresso la loro concreta solidarietà in questa battaglia di civiltà e di umanità, che intendiamo continuare.
Un cordiale saluto.
Giuseppe Tarallo
Giuseppe Galzerano
Vincenzo Serra

Su You Tube sono disponibili diversi video del processo, compreso quello della sentenza del 30 ottobre 2012.

Con l’occasione informiamo che:

*- Mercoledì 8 maggio 2013 il quotidiano « IL MANIFESTO» pubblicherà un articolo di Giuseppe Galzerano sulla sentenza.

*- Sabato 11 maggio 2013 all’Ateneo Libertario di Firenze (Via Borgo Pinti 50/r) si terrà un incontro-dibattito sulla vicenda di Francesco Mastrogiovanni, con la proiezione di una parte del video della contenzione e gli interventi di un compagno dall’Archivio Germinal e Giuseppe Galzerano.

*- Giovedì 23 maggio 2013 all’Università di Salerno, promosso dal prof. Francesco Schiaffo, per il corso di criminologia, sarà presentato il volume curato da Renato Foschi «Libertà sospesa» (Fefè Editore, Roma) con la partecipazione di Renato Foschi, degli avvocati Giaocchino Di Palma (Telefono Viola), Caterina Mastrogiovanni, e di Giuseppe Tarallo e Vincenzo Serra del Comitato Verità e Giustizia per Francesco Mastrogiovanni.

*- Sono in programma anche altre iniziative.

Comitato Verità e Giustizia per Mastrogiovanni

(c/o Vincenzo Serra – via A. Rubino, 177

84078 Vallo della Lucania (SA) tel. 0974. 2662   





Dal margine degli studi di genere: una proposta politica

26 04 2013

Riceviamo e più che volentieri divulghiamo e sottoscriviamo il seguente comunicato con richiesta di diffusione.

Le voci di protesta che si sono levate in seguito alla chiusura del corso di “Studi di genere” tenuto da Laura Corradi all’Università della Calabria, stanno facendo finalmente emergere sotto gli occhi di tutte e di tutti un quadro grave e inquietante, che conferma come gli studi di genere siano una questione politica. Tale quadro va letto, a nostro parere, su diversi piani.donna fascista addestramento al lavoro
Innanzitutto è necessario collocare questa vicenda in un orizzonte più generale che riguarda lo stato delle università italiane, dove i criteri del finanziamento pubblico e l’ingresso di forme di finanziamento privato privilegiano alcuni ambiti e oggetti di ricerca e ne marginalizzano, o escludono, altri. È noto come gli unici settori di ricerca che non soffrono dei tagli agli investimenti siano quelli relativi alla produzione bellica, alle nanotecnologie, agli strumenti tecnologici di controllo sociale.
Il piano successivo è quello che riguarda nello specifico gli studi culturali e, soprattutto, gli studi di genere. Generalmente le tematiche di genere vengono trattate in modo quasi clandestino all’interno di corsi o moduli che portano un altro nome, oppure vengono relegati a “parte seminariale” afferente a un corso specifico. Se, invece, com’è il caso dell’insegnamento tenuto da Laura Corradi, esso si colloca apertamente nell’ambito degli studi di genere, accade che venga cancellato da un giorno all’altro.
Dal nostro punto di vista, limitarsi a sostenere l’importanza degli studi di genere come una sorta di “valore aggiunto” nell’offerta formativa di questo o quell’ateneo rischia di essere controproducente e mistificatorio. Vogliamo, infatti, guardare la questione da un altro punto di vista e riteniamo che l’ostracismo contro gli studi di genere e/o la loro cancellazione siano il prodotto della cultura dominante in Italia: una cultura – se così la si può chiamare – che da una parte tende a ipersessualizzare le donne e dall’altra nega loro gli strumenti di critica e di autonomia.
Inoltre, con un intero apparato scolastico uniformato su un’offerta che è in realtà più informativa che formativa – basata, quindi, sulla passività della/del discente – gli studi di genere rappresentano senz’altro un’eresia, poiché propongono un approccio complesso e intersezionale, non nozionistico ma critico, non unidimensionale ma interdisciplinare.
Gli studi di genere offrono, in sostanza, delle griglie interpretative aperte e multiformi, stimolando a uno sguardo complesso e non riduttivo sull’esistente. E, ancora oltre, questo sguardo critico produce strumenti concreti di lavoro contro le discriminazioni e la violenza di genere, incluse le forme di razzismo e omo/transfobia – una ragione, questa, per cui dovrebbero essere inseriti nei curricula già a partire dalla scuola dell’obbligo. Invece, la realtà dimostra che chi è interessata/o ad acquisire o a sviluppare questi strumenti deve andare all’estero, poiché in Italia vige una sorta di censura della ricerca, della produzione teorica e del dibattito su questi temi. Sappiamo per esperienza quanto sia penalizzante, in sede di concorso o di abilitazione o anche solo di semplice partecipazione ai bandi per contratti di docenza, avere nel proprio curriculum pubblicazioni inerenti queste tematiche.
L’ostracizzazione e la cancellazione degli studi di genere, torniamo a ripetere, vanno dunque annoverate tra gli effetti del sessismo e del razzismo pervasivi e trasversali che sono dominanti in Italia. Al proposito ci teniamo a sottolineare come sia l’intero Paese, e non solo la Calabria, a rivelare l’urgenza di sviluppare strumenti efficaci per contrastare l’involuzione culturale che tende a coartare ancora una volta le donne, insieme alle soggettività che esprimono modelli di sessualità non conformi, in un ruolo subalterno e dipendente.
Ciò che è avvenuto all’UniCal non è che lo specchio di un processo in atto da anni in tutto il Paese. Non vogliamo quindi, limitarci a dare la nostra più sentita solidarietà a Laura Corradi, o a chiedere a uno specifico ateneo di non chiudere un determinato corso. Vorremmo invece invitare tutte e tutti coloro che operano nell’ambito della trasmissione dei saperi a partecipare a una riflessione più ampia sugli obiettivi dell’istruzione pubblica oggi in Italia (dalla scuola dell’infanzia all’università) e sull’importanza dell’apporto non solo teorico ma anche pratico che gli studi di genere hanno o possono avere nella formazione e nella vita – lavorativa ma non solo – di ciascuna/o, per trovare insieme strategie e strumenti per un’azione efficace contro la restrizione degli spazi di dibattito, ricerca, formazione.

Nicoletta Poidimani, Liliana Ellena, Sonia Sabelli, Sabrina Marchetti, Renata Pepicelli, Viola Lo Moro, Cristina Gamberi, Gaia Giuliani, Elisa G. A. Arfini, Lorenzo Bernini, Cristian Lo Iacono, Porpora Marcasciano, Vincenza Perilli, Jamila M.H. Mascat, Barbara De Vivo, Rachele Borghi, Brune Seban, Elena Petricola, Olivia Fiorilli, Laura Ronchetti, Valeria Ribeiro Corossacz, Sara Garbagnoli, Laura Scamorcin, Sara Gvero, Mariagabriella Di Giacomo, Sara De Simone, Laura Schettini, Domitilla Olivieri, Tiziana Mancinelli, Maria Antonietta Passarelli, Rita Debora Toti, Laura Talarico, Laboratorio di studi femministi Anna Rita Simeone Sguardi sulle Differenze, Francesca Rinaldi, Elisa Brilli, Alessia Ronchetti

 





Fedeli alle libere idee

31 01 2013

Alessandro Affortunati, Fedeli alle libere idee. Il movimento anarchico pratese dalle origini alla Resistenza. Prefazione di Giorgio Sacchetti. Milano, Zero in Condotta, 2012

Il lavoro di Alessandro Affortunati, già tra i redattori del Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, è il primo organico e documentato tentativo di ricostruire la storia del movimento anarchico pratese dalla fondazione della prima sezione internazionalista alla Liberazione. Prima di esso, con l’ovvia eccezione di Gaetano Bresci (su cui esiste una bibliografia consistente anche se di alterno valore), accenni sull’anarchismo pratese potevano essere rintracciati in analisi generali di stampo nazionale o regionale e in alcuni studi locali sull’intero contesto pratese. Solo recentemente, il movimento anarchico di Prato ha ricevuto un’adeguata attenzione per periodi di tempo più brevi (A. Giaconi, Tendenze libertarie in Toscana: il caso Prato, in G. Gregori – G. Sacchetti, Elementi libertari del Risorgimento livornese e toscano, Prato, Pentalinea, 2012, pp. 55-76). Per altro, da tempo impegnato in ricerche coinvolgenti l’intera realtà pratese, Affortunati ha ultimamente dedicato i suoi studi al movimento anarchico sia attraverso le schede redatte per il Dizionario Biografico, sia per un più recente saggio sul movimento negli anni tra i due conflitti mondiali (Gli anarchici nel lungo viaggio dall’Ottocento all’antifascismo, in M. Palla, Storia dell’antifascismo pratese. 1921-1953, Pisa, Pacini, 2012, pp. 69-82).

Il volume va ben oltre i precedenti studi sull’argomento, abbracciando ben settant’anni di storia. Il percorso storico degli anarchici pratesi è analizzato dagli accenni libertari successivi all’Unità d’Italia fino ai primi tentativi di una sezione internazionalista, dal vero decollo dell’organizzazione anarchica pratese fino ai famosi spari di Monza, dalle reazioni successive al gesto di Gaetano Bresci fino ai passaggi cruciali della lotta al fascismo e alla Resistenza, nei quali la componente anarchica giocò un ruolo quantitativamente minoritario ma di grande importanza valoriale. In tal contesto, Affortunati associa saggiamente l’evoluzione politica del movimento anarchico pratese allo sviluppo economico-produttivo dell’area industriale del tessile. Non a caso l’autore mette bene in evidenza che l’affermazione dell’anarchismo pratese si affiancò al decollo dell’industria tessile seguito dall’introduzione della tariffa protezionista del 1887. E tuttavia, il decollo dell’industria portò alla rottura dei vecchi rapporti sociali, favorendo l’ascesa del ben più strutturato socialismo e causando il lento declino del movimento libertario, assolutamente non spiegabile con le sole conseguenze dell’uccisione di Umberto I da parte dell’anarchico pratese, Gaetano Bresci. L’anarchismo pratese seppe sopravvivere alle revolverate di Monza e rimase uno dei fulcri regionali del movimento libertario, tanto che gli stessi Pietro Gori ed Errico Malatesta ebbero frequenti contatti con la cittadina del tessile. Per altro, è proprio questo uno dei meriti principali del lavoro di Affortunati: il non aver riprodotto la generale vulgata storiografica che vede nel gesto di Bresci, il punto più alto dell’anarchismo pratese e, al tempo stesso, un fatto isolato quando non unico nel contesto politico-sociale cittadino. Al contrario, l’autore porta alla nostra conoscenza personaggi di grande importanza per la Prato dell’epoca (e non solo per essa). Si vengono così a delineare personaggi cardine dello sviluppo socio-politico toscano la cui memoria era, forse, da troppo tempo offuscata. Si pensa alla tanto travagliata quanto ambigua vicenda di Giovanni Domanico, primo serio organizzatore del movimento e della stampa anarchica a Prato (ci si ricordi del periodico La Tribuna dell’Operaio e della rivista La questione sociale che ospitarono anche scritti di Malatesta). Domanico che contemporaneamente svolgeva attività di spia per la polizia regia. Si pensa a Giuseppe Becheroni il cui attivismo “caratterizzò la storia del movimento anarchico pratese a ridosso della prima guerra mondiale” (p. 77). Si devono a Becheroni i contatti duraturi, una ricerca instancabile per una più articolata struttura del movimento libertario che lo vide entrare in contatto tanto con Maria Rygier quanto con Errico Malatesta. Si pensa ad Anchise Ciulli e Paleario Meoni, due figure di lotta contro un regime lungo vent’anni come quello fascista. Si pensa alle tante altre figure che Affortunati fa rivivere nel suo scritto, facendoci comprendere la non trascurabile importanza che l’intero anarchismo pratese conobbe nell’ambito cittadino e regionale, fino al secondo dopoguerra.

Ci sia permesso allora di rilevare un ulteriore merito dell’opera di Affortunati: un’appendice in cui sono schedati gli anarchici pratesi, compresi nelle carte del Casellario Politico Centrale. L’autore delinea ben novantatré profili di aderenti al movimento libertario. Da essi se ne ricava la struttura composita del movimento che, come segnala Giorgio Sacchetti “dopo l’era delle cospirazioni e degli attentati, abbandona quelle prassi organizzative di derivazione post-risorgimentale per trovare una sua nuova dimensione, popolare e di massa” (p. 7). Dimensione che, a Prato non poteva essere altra se non quella del tessile e che le tabelle elaborate dall’autore ci indicano con precisione. Su 93 individui, ben 43 di essi esercitavano una professione connessa a quell’area di lavoro, segnalando un profondo coinvolgimento nell’etica sociale e nelle dinamiche civili della città del telaio.

A Prato forse gli anarchici non eran “l’uno per cento” eppure furono una componente rilevante della vita politica cittadina. E certo il testo ce ne rende conto, nella coscienza che qualsiasi fenomeno vada studiato nelle sue componenti fondamentali, nelle sue caratteristiche specifiche, nelle sua sfumature peculiari.

Andrea Giaconi

da Umanità Nova –  3 febbraio 2013

fedeli





Sentenza Mastrogiovanni

30 01 2013

Stanno per scadere i novanta giorni richiesti dal giudice Elisabetta Garzo (Presidente del Tribunale di vallo della Lucania) per depositare le motivazioni della sentenza di condanna dei sei medici imputati per il sequestro e la morte dell’insegnante anarchico Francesco Mastrogiovanni e l’assoluzione dei dodici infermieri emessa, dalla stessa, il 30 ottobre 2012. Prevediamo che, a breve, potremo confermare le voci che circolano in queste ore in città ossia che il giudice abbia bisogno di altri giorni per poter redigere un testo che, obiettivamente, si prevede complesso a articolato. IMG_4476

La legge indica espressamente quali sono le circostanze (particolare complessità della motivazione per il numero delle parti o il numero o la gravità delle imputazioni) che giustificano il differimento del termine per il deposito. In attesa confermiamo, qualora ce ne fosse bisogno, di essere fortemente interessati, oggi più che mai, a conoscere le motivazioni della sentenza e in particolare quelle che supportano l’assoluzione del personale infermieristico perché più volte il Gip Rotondo, trasferito in seguito a Salerno, nella sua richiesta di interdizione del personale medico e paramedico era ritornato sul dovere civile e professionale, da parte di un qualsiasi operatore sanitario, di rifiutare di compiere atti contrari al paziente, di opporsi segnalando alle autorità competenti, anche per iscritto, quanto accadeva. È nostro compito cercare di capire, a sentenza emessa, come sia potuto avvenire che su dodici infermieri nessuno sia intervenuto, nei modi consentiti, per evitare le sofferenze e le torture consumate nei confronti di una persona abbisognevole di cure. Il Presidente dell’Associazione “Avvocati senza frontiere”, Pietro Palau Giovannetti, all’indomani della sentenza, riferendosi all’incomprensibile assoluzione dei dodici infermieri, ha dichiarato che “è stata resa giustizia a metà”. Un problema enorme che il giudice si troverà di fronte sarà quello del confronto tra l’operato degli infermieri e il rispetto del codice deontologico che prevede, tra le altre cose, un patto assistenziale “senza mediazione da parte di altre professionalità e che acquisisce una sua specificità all’interno dei percorsi terapeutici e clinico assistenziali”. Gli infermieri dell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania sono stati soggetti attivi nelle 83 ore di contenzione di Francesco Mastrogiovanni e hanno agito in prima persona (con autonomia di scelta e responsabilità così come previsto dal codice?) e quindi avevano l’obbligo di denunciare al proprio collegio ogni abuso e comportamento contrario alla deontologia professionale. L’art. 17 del codice deontologico afferma che l’infermiere, nell’agire professionale “è libero da condizionamenti” mentre nell’art. 30 ribadisce che “l’infermiere si adopera affinchè il ricorso alla contenzione sia evento straordinario, sostenuto da prescrizione medica o da documentate valutazioni assistenziali”. Ricordiamo, ai nostri lettori, che la contenzione, alla quale è stato sottoposto Franco per oltre 83 ore, non è stata neanche annotata in cartella clinica. Negli articoli 33, 34, 43, 48 e 51 del Codice deontologico si ribadisce, con diverse sfumature, che l’infermiere è tenuto, di fronte a carenze, a condizioni che limitano la qualità delle cure e il decoro dell’esercizio della professione, ad abusi e comportamenti contrari alla deontologia, a denunciare tali situazioni ai responsabili della struttura, al proprio Collegio professionale e (come è successo a Franco) in caso di maltrattamenti o privazioni a carico dell’assistito, di produrre segnalazione alle autorità competenti. Davanti alla dura realtà delle immagini “del video dell’orrore” che si sono fatte verità, storia e memoria di una morte disumana, non solo i medici si sono dimostrati privi di pietas ma, anche gli infermieri, a prescindere dal verdetto finale dovranno, prima o poi, interrogare la propria coscienza.

Angelo Pagliaro

(articolo dedicato alla memoria di Raffaella del Comitato Verità e Giustizia per Franco… e mai più!)”





Ricordando Mauro Franchini

23 11 2012

Giovedì 22 novembre ci ha lasciato all’età di 82 anni Mauro Franchini, presenza forte dell’anarchismo carrarese.

 

Militante dei GAR – Gruppi Anarchici Riuniti di Carrara – nel 1945 è tra i fondatori della FAI. Vicino ad Alfonso Failla e Ugo Mazzucchelli, con loro diede vita a molte iniziative sul territorio: dal monumento a Gaetano Bresci presso il parco del cimitero di Turigliano, al monumento alle vittime del fascismo presso i giardini pubblici di Marina di Carrara, organizzando inoltre moltissimi comizi, presidi e dibattiti. Subito dopo la seconda guerra mondiale è tra quelli che ricostruiscono parti della città, tra cui il ponte della marmifera di San Martino.

Negli ultimi anni frequentava spesso lo storico circolo ‘Malatesta’ di Gragnana, partecipando assiduamente alle iniziative del Circolo Culturale Goliardo Fiaschi e alle riunioni al Gruppo Germinal di cui faceva parte. E’ stato socio della Biblioteca Archivio Germinal dalla sua fondazione.

Ci manchera’ la sua forza e la sua presenza di spirito.





DA PASSANNANTE A MASTROGIOVANNI

19 11 2012

Il Centro Studi Libertari Pietro Gori di Empoli e l’ Archivio Storico delle Federazione anarchica Empolese “Oreste Ristori” organizzano due serate sul tema

conflittualità sociale – repressione – abusi di potere – omicidi di stato

24 novembre ore 16:00


Giovanni Passannante nativo di Salvia Di Lucania il 17 novembre 1878 compì un atto dimostrativo contro il re Umberto I° per richiamare l’attenzione del parlamento e dell’opinione pubblica sulle misere condizioni di vita della gente del sud. Questo gesto ruppe per primo “l’incantesimo del mito monarchico” e Garibaldi lo definì “precursore dell’avvenire”. Passannante fu punito prima con la torture e la condanna a morte, poi per “grazia regale” tramutata in ergastolo. Una grazia che fu per Passannante peggiore della morte perché di fatto fu sepolto vivo nel penitenziario di Portoferraio in una cella alta un metro e quaranta posta sotto il livello del mare nella completa oscurità, legato a catene di 18 Kg e nel completo isolamento. Rimase in queste condizioni disumane per ben dieci anni, si ammalò gravemente e finì con l’impazzire, trasferito nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, morì pochi anni dopo nel 1910. Alla morte fu decapitato ed il suo corpo venne fatto sparire, mentre il suo cranio ed il suo cervello furono messi a disposizione del centro studi Lombrosiani. Perfino il nome del suo paese Salvia Di Lucania per imposizione del re fu cambiato in Savoia Di Lucania. La feroce repressione che lo Stato sabaudo scatenò in seguito al gesto di Passannante, aprì la caccia al complice coinvolgendo tutti, militanti anarchici ma anche simpatizzanti ed amici. La madre e la sorella di Passannante furono arrestate e rinchiuse nel manicomio di Aversa dove rimasero fino alla morte, tutti i parenti furono perseguitati e costretti a lasciare il paese. La proiezione del film su Passannante che proponiamo il 17 novembre come documento storico, non è per solo dovere o per attaccamento nostalgico alla figura di un sovversivo ma come spunto per far riflettere e discutere su come lo Stato attraverso i suoi apparati (magistratura, esercito, polizia, strutture sanitarie come i manicomi) travalichi i suoi enunciati e commetta abusi. ORA COME ALLORA IL POTERE DELLO STATO NON E’ CAMBIATO TANTO I documenti che presenteremo nell’evento del 24 novembre saranno oggetto di discussione, di riflessione e di proposte. Un esempio fra tutti è l’omicidio del maestro Mastrogiovanni, anarchico sottoposto arbitrariamente a TSO (trattamento sanitario obbligatorio) e senza motivo legato a un letto di contenzione per giorni senza cure, cibo e acqua nel reparto dell’ospedale psichiatrico di Vallo Della Lucania, dove morirà il 4 agosto del 2009 nella totale indifferenza degli operatori sanitari e delle istituzioni politiche competenti che ne sono stati i primi responsabili.
Un secolo e mezzo di storia d’Italia segnato da una striscia ininterrotta di sangue di cittadini che rivendicando la vera libertà, quella di essere se stessi e non soggetti passivi di uno stile di vita scaturito da “sacri e patriottici” dogmi (dio patria famiglia) hanno visto la loro vita stroncata dalla repressione esercitata ieri come oggi da uno Stato che ama definirsi benevolo, libero e repubblicano! La libertà non è un mito ma nasce dalla vita di cui è connaturata, e laddove la vita è incanalata, controllata, condizionata, la libertà muore. La libertà si concretizza nello spirito libertario, che il potere aborrisce e per esorcizzarlo straparla di democrazia e libertà, parole vuote intese a celare la natura violenta del dominio sociale che si articola in varie forme, fino alla violenza materiale e alla soppressione fisica. Nell’attuale Stato “democratico” come in quello monarchico, la vera libertà non di rado è affogata nel sangue! LIBERTA’ PAROLA ABUSATA PER ESSERE NEGATA
Il 30 novembre 1786 venivano abolite, formalmente, nel Granducato di Toscana la pena di morte e la tortura e le istituzioni ricordano tale data come una conquista di civiltà. Trascorsi più di due secoli, in realtà, in Italia lo Stato continua ad uccidere e torturare. Le vittime non sono solo i ribelli, i clandestini o gli appartenenti alle categorie sociali che il potere ha interesse a criminalizzare, ma anche inermi cittadini che si trovano nel posto sbagliato al momento sbagliato e ciò non avviene per triste casualità, ma è frutto di un disegno preciso: TERRORIZZARE.
Chi alza la testa e pensa autonomamente e propone una società più libera, giusta e solidale o, peggio ancora osa mettere in pratica modelli di vita diversi da quelli imposti dal potere, o rifiuta di sottomettersi allo sfruttamento morale, militare ed economico, brutalmente sarà represso. Il potere tramite la repressione vuole ribadire la propria supremazia ricordandoci la precarietà della nostra esistenza. Soprattutto in questo momento storico in cui il potere politico, economico e finanziario non è disposto a cedere neppure le briciole per diminuire il malcontento degli sfruttati e quando non sono sufficienti la disinformazione e il controllo preventivo esercitato da partiti e sindacati, la repressione diventa violenta. La classe capitalista come quella politica (corrotte, affaristiche, malavitose, incompetenti, insensibili e repressive) dimostra una perfetta continuità fra Regno Sabaudo Stato fascista e repubblica, dimostrata oltre che dai fatti storici, come la guerra al brigantaggio, gli stati d’assedio del 1894 e 1898, la violenza fascista, la strategia della tensione e le stragi (solo per elencare gli episodi più cruenti) dal persistere della stessa legislazione (ad esempio il Codice Rocco del 1930 che è l’attuale Codice Penale, con la differenza di alcune modifiche), come dai recenti decreti interpretativi, dalla eliminazione dei diritti sul lavoro e dalla emanazione di una fattispecie dei recenti reati associativi.

Ricordare le vittime della repressione non deve essere soltanto un doveroso momento di denuncia, di informazione e di riflessione ma trasmettere una solidarietà attiva. Deve tradursi nell’impegno per contrastare la repressione e gli abusi del potere, fino alla costruzione di un movimento che giunga a proclamare l’abolizione della psichiatria-coercitiva, del carcere, dei manicomi come strumenti inumani estranei ad una società dove la giustizia e la libertà siano sempre l’affrancamento del genere umano sfruttato e oppresso PER IL COMUNISMO LIBERTARIO E L’ANARCHIA