COMITATO VERITA’ E GIUSTIZIA PER FRANCESCO MASTROGIOVANNI

9 05 2013

ImageInformiamo che il Giudice, Dr.ssa Elisabetta Garzo, Presidente del Tribunale di Vallo della Lucania (Sa), sabato 27 aprile 2013 ha depositato le motivazioni della sentenza n. 825/12, pronunciata il 30 ottobre 2012, sul processo a carico dei medici e degli infermieri, imputati per la morte di Francesco Mastrogiovanni, il maestro elementare deceduto nel locale ospedale a causa di una disumana e ininterrotta contenzione di 83 ore, praticata da sei medici (condannati) e da dodici infermieri (assolti), che lo ebbero in «cura» (e che cura!) dal 31 luglio al 4 agosto 2009, dopo un illegittimo Trattamento Sanitario Obbligatorio.
La sentenza, di ben 183 pagine, è integralmente disponibile in tre parti sul sito facebook «Giustizia per Francesco Mastrogiovanni».
Per la sentenza non è possibile fare appello, cosa che può fare – così come auspichiamo – solo la Procura presso la Corte di Appello di Salerno.
Il «Comitato Verità e Giustizia per Francesco Mastrogiovanni» intende proseguire la battaglia di civiltà e di umanità per far sì che la tragedia di Mastrogiovanni non venga dimenticata, ma anche per far sì che la vicenda subita da Mastrogiovanni non accada mai più né in Italia né in altre parti del mondo.
Anche se nel giudizio di primo grado non riteniamo adeguate le pene inflitte ai sei medici, né condividiamo l’assoluzione dei dodici infermieri, ritenuti impreparati e meri esecutori di ordini altrui, sottoliniamo che viene restituita un minimo di dignità a Francesco Mastrogiovanni, ch’era stato descritto come violento e volgare.
Un sentito rinnovato ringraziamento esprimiano a quanti, in Italia e all’estero, uomini e donne, giornalisti, medici, e semplici cittadini hanno condiviso la nostra battaglia e ci hanno espresso la loro concreta solidarietà in questa battaglia di civiltà e di umanità, che intendiamo continuare.
Un cordiale saluto.
Giuseppe Tarallo
Giuseppe Galzerano
Vincenzo Serra

Su You Tube sono disponibili diversi video del processo, compreso quello della sentenza del 30 ottobre 2012.

Con l’occasione informiamo che:

*- Mercoledì 8 maggio 2013 il quotidiano « IL MANIFESTO» pubblicherà un articolo di Giuseppe Galzerano sulla sentenza.

*- Sabato 11 maggio 2013 all’Ateneo Libertario di Firenze (Via Borgo Pinti 50/r) si terrà un incontro-dibattito sulla vicenda di Francesco Mastrogiovanni, con la proiezione di una parte del video della contenzione e gli interventi di un compagno dall’Archivio Germinal e Giuseppe Galzerano.

*- Giovedì 23 maggio 2013 all’Università di Salerno, promosso dal prof. Francesco Schiaffo, per il corso di criminologia, sarà presentato il volume curato da Renato Foschi «Libertà sospesa» (Fefè Editore, Roma) con la partecipazione di Renato Foschi, degli avvocati Giaocchino Di Palma (Telefono Viola), Caterina Mastrogiovanni, e di Giuseppe Tarallo e Vincenzo Serra del Comitato Verità e Giustizia per Francesco Mastrogiovanni.

*- Sono in programma anche altre iniziative.

Comitato Verità e Giustizia per Mastrogiovanni

(c/o Vincenzo Serra – via A. Rubino, 177

84078 Vallo della Lucania (SA) tel. 0974. 2662   

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Sentenza Mastrogiovanni

30 01 2013

Stanno per scadere i novanta giorni richiesti dal giudice Elisabetta Garzo (Presidente del Tribunale di vallo della Lucania) per depositare le motivazioni della sentenza di condanna dei sei medici imputati per il sequestro e la morte dell’insegnante anarchico Francesco Mastrogiovanni e l’assoluzione dei dodici infermieri emessa, dalla stessa, il 30 ottobre 2012. Prevediamo che, a breve, potremo confermare le voci che circolano in queste ore in città ossia che il giudice abbia bisogno di altri giorni per poter redigere un testo che, obiettivamente, si prevede complesso a articolato. IMG_4476

La legge indica espressamente quali sono le circostanze (particolare complessità della motivazione per il numero delle parti o il numero o la gravità delle imputazioni) che giustificano il differimento del termine per il deposito. In attesa confermiamo, qualora ce ne fosse bisogno, di essere fortemente interessati, oggi più che mai, a conoscere le motivazioni della sentenza e in particolare quelle che supportano l’assoluzione del personale infermieristico perché più volte il Gip Rotondo, trasferito in seguito a Salerno, nella sua richiesta di interdizione del personale medico e paramedico era ritornato sul dovere civile e professionale, da parte di un qualsiasi operatore sanitario, di rifiutare di compiere atti contrari al paziente, di opporsi segnalando alle autorità competenti, anche per iscritto, quanto accadeva. È nostro compito cercare di capire, a sentenza emessa, come sia potuto avvenire che su dodici infermieri nessuno sia intervenuto, nei modi consentiti, per evitare le sofferenze e le torture consumate nei confronti di una persona abbisognevole di cure. Il Presidente dell’Associazione “Avvocati senza frontiere”, Pietro Palau Giovannetti, all’indomani della sentenza, riferendosi all’incomprensibile assoluzione dei dodici infermieri, ha dichiarato che “è stata resa giustizia a metà”. Un problema enorme che il giudice si troverà di fronte sarà quello del confronto tra l’operato degli infermieri e il rispetto del codice deontologico che prevede, tra le altre cose, un patto assistenziale “senza mediazione da parte di altre professionalità e che acquisisce una sua specificità all’interno dei percorsi terapeutici e clinico assistenziali”. Gli infermieri dell’Ospedale San Luca di Vallo della Lucania sono stati soggetti attivi nelle 83 ore di contenzione di Francesco Mastrogiovanni e hanno agito in prima persona (con autonomia di scelta e responsabilità così come previsto dal codice?) e quindi avevano l’obbligo di denunciare al proprio collegio ogni abuso e comportamento contrario alla deontologia professionale. L’art. 17 del codice deontologico afferma che l’infermiere, nell’agire professionale “è libero da condizionamenti” mentre nell’art. 30 ribadisce che “l’infermiere si adopera affinchè il ricorso alla contenzione sia evento straordinario, sostenuto da prescrizione medica o da documentate valutazioni assistenziali”. Ricordiamo, ai nostri lettori, che la contenzione, alla quale è stato sottoposto Franco per oltre 83 ore, non è stata neanche annotata in cartella clinica. Negli articoli 33, 34, 43, 48 e 51 del Codice deontologico si ribadisce, con diverse sfumature, che l’infermiere è tenuto, di fronte a carenze, a condizioni che limitano la qualità delle cure e il decoro dell’esercizio della professione, ad abusi e comportamenti contrari alla deontologia, a denunciare tali situazioni ai responsabili della struttura, al proprio Collegio professionale e (come è successo a Franco) in caso di maltrattamenti o privazioni a carico dell’assistito, di produrre segnalazione alle autorità competenti. Davanti alla dura realtà delle immagini “del video dell’orrore” che si sono fatte verità, storia e memoria di una morte disumana, non solo i medici si sono dimostrati privi di pietas ma, anche gli infermieri, a prescindere dal verdetto finale dovranno, prima o poi, interrogare la propria coscienza.

Angelo Pagliaro

(articolo dedicato alla memoria di Raffaella del Comitato Verità e Giustizia per Franco… e mai più!)”





Processo Mastrogiovanni

4 11 2012

Si è concluso il processo di primo grado per l’uccisione di Francesco Mastrogiovanni. Condanna storica per alcuni medici a pene da due a quattro anni per falso, sequestro di persona e morte come atto conseguente ad altro reato.

L’archivio Germinal di Carrara, unitosi al folto gruppo di compagni intervenuti a Vallo per portare la propria solidarietà e stringersi intorno ai familiari di Franco nelle fasi finali del processo, riporta qui alcuni estratti dalle dichiarazioni e dal comunicato del Comitato Verità e Giustizia per Francesco Mastrogiovanni.

Per noi è soddisfacente la sentenza così come è stata stilata dal giudice, perché, così come non auspichiamo il carcere a nessuno, allo stesso modo vogliamo che nessuno possa essere ucciso in un ospedale pubblico, come invece è capitato a Franco”. G. Galzerano

Vallo della Lucania (Salerno), 30 ottobre  2012

Alla fine della 36ma udienza, alle ore 18.30 di martedì 30 ottobre 2012, il Presidente del Tribunale di Vallo della Lucania, Dr.ssa Elisabetta Garzo, con la voce rotta dalla solennità della sentenza e della decisione, nell’aula Giacumbi del primo piano superaffollata, legge il dispositivo della sentenza.

I sei medici, processati per la contenzione e per la conseguente morte di Francesco Mastrogiovanni, vengono condannati a pene variabili da due a quattro anni di reclusione per i reati di falso, sequestro di persona e morte come atto conseguente ad altro reato.

Vengono condannati i medici Michele Di Genio, Rocco Barone, Raffaele BassoAmerigo Mazza, Anna Angela Ruberto e Michele Della Pepa. I medici, tranne Della Pepa, sono stati inoltre interdetti dai pubblici uffici per 5 anni.

Tutti i dodici infermieri, per sette dei quali il PM aveva chiesto una condanna a due anni di reclusione, si portano l’assoluzione a casa.
Si attendono le motivazioni per capire.

Il tribunale inoltre condanna i medici e il Direttore Generale dell’ASL Salerno 3 alle spese legali e a risarcire i familiari di Francesco Mastrogiovanni e le parti civili e Associazioni che si sono costituite (Telefono Viola, Unasam, Iniziativa Antipsichiatria, Avvocati senza frontiere, Movimento per la Giustizia Robin Hood e ASL Salerno).

Questo risultato è stato possibile grazie a un agghiacciante video che ha filmato, minuto dopo minuto, l’agonia di Mastrogiovanni per tutta la durata della sua permanenza in ospedale. Un video che i medici non hanno fatto in tempo a distruggere, che li ha inchiodati alle loro responsabilità, per aver causato la morte di un uomo pacifico, tranquillo e niente affatto aggressivo come le implacabili e veritiere immagini ci mostrano, anche se gli avvocati degli imputati – pur smentiti dal video – hanno continuato a dire che era violento, aggressivo e non collaborativo.

Nel corso delle arringhe, gli avvocati hanno tentato di scagionare i propri clienti,  ad esempio quello del Dr. Mazza, che prima di chiedere l’assoluzione ha scusato l’assenza del suo cliente perché ancora stravolto da quanto successo, aggiungendo che questi lo avrebbe incaricato di esprimere il suo dolore pubblicamente alla famiglia di Mastrogiovanni. Con tre anni di ritardo!

Al funerale di Mastrogiovanni non si vide un solo medico né del reparto di psichiatria né dell’Asl Salerno 3 tra le duemila persone indignate che parteciparono, e solo adesso il dott. Mazza se ne ricorda. Né l’ASL ha mai espresso le condoglianze alla famiglia, anzi ufficialmente l’ASL non ha mai comunicato la morte di Mastrogiovanni alla famiglia. A darne la notizia per telefono alla sorella fu il sindaco di Castelnuovo Cilento.

Nel piazzale antistante il tribunale di fronte alla maestosa scritta in greco “Verità”, opera dello scultore cilentano Antonio Trotta, è esposto uno striscione che reca la scritta a caratteri cubitali «GIUSTIZIA PER MASTROGIOVANNI MORTO NELLE MANI DELLO STATO. PERCHE’ NON ACCADA MAI PIU’».

Durante tutto l’iter processuale non sono avvenuti mai incidenti e anche la lettura della sentenza è stata ascoltata da una folla silenziosa e rispettosa, con persone venute dalla Sicilia, dalla Calabria, dalle Marche, dalla Toscana, dall’Emilia Romagna, dal Lazio.

La sentenza – anche se tutti si aspettavano una condanna con qualche anno in più di reclusione – è stata accolta dalle lacrime dei familiari di Francesco Mastrogiovanni e dalla soddisfazione degli avvocati delle parti civili e dagli esponenti del Comitato Verità e Giustizia per Mastrogiovanni.

La sentenza del Tribunale di Vallo della Lucania afferma che la contenzione non è assolutamente un atto medico. Il teorema affermato anche in udienza dal direttore sanitario, Dott. Pantaleo Palladino, secondo il quale «la contenzione è terapia», e ripreso dagli avvocati degli imputati,  è stato sconfitto in nome della civiltà e dell’umanità.

Il Tribunale di Vallo della Lucania, ridando dignità alla memoria di Franco Mastrogiovanni, che è stato a lungo calunniato in questo processo, in cui è stato dipinto sempre come violento, aggressivo, incurante della persona, ha stabilito che la contenzione dei pazienti non è assolutamente un atto terapeutico, né medico, né legale. Da oggi sia i parenti che i pazienti contenuti negli ospedali, negli ospizi e nelle case di cura possono chiedere e ottenere di essere slegati. La contenzione è un reato. Lo ha stabilito il Tribunale di Vallo della Lucania!

Comitato Verità e Giustizia per Francesco Mastrogiovanni





Non vogliamo altri casi Mastrogiovanni

9 08 2012

Qualche anno fa, a Vallo della Lucania, un uomo venne braccato da un imponente schieramento di forze dell’ordine per aver commesso un’infrazione stradale. L’uomo era conosciuto dai servizi psichiatrici territoriali, si chiamava Francesco Mastrogiovanni e per questo scattò nei suoi confronti un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Per chiunque altro sarebbe finito tutto con una multa o, nel peggiore dei casi, con un ritiro della patente. Ma per il maestro delle elementari la vicenda si concluse in un reparto di psichiatria dove trovò la morte dopo 4 giorni di contenzione forzata. Un’altra storia simile avvenne in Sardegna, dove Giuseppe Casu, venditore ambulante, mentre protestava per il diniego dell’autorizzazione a occupare il suolo pubblico veniva internato e moriva nel reparto psichiatrico di Cagliari dopo diversi giorni di letto di contenzione.
In realtà si tratta di storie dall’origine più disparata, che non avrebbero niente in comune tra di loro se non fossero accomunate dal ricovero in un reparto psichiatrico in seguito al quale è sopraggiunta la morte.

In Italia la detenzione psichiatrica, ovvero il Trattamento Sanitario Obbligatorio, è regolamentata dalla legge 180 del 1978. Questa per arginare gli abusi del sistema Manicomiale sancì tutta una serie di norme che resero l’internamento coatto un provvedimento amministrativo temporaneo, proposto da medici, autorizzato dal Sindaco, in qualità di autorità sanitaria locale e convalidato dal giudice Tutelare, entro tempi prestabiliti. Omissioni e ritardi producevano la nullità del provvedimento amministrativo da realizzarsi solo ed esclusivamente nei reparti psichiatrici di ospedali generali. La riforma Basaglia, come venne soprannominata, condusse gradualmente alla chiusura delle grandi strutture manicomiali e alla nascita degli SPDC (Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura), dove si sarebbero dovute internare persone solo per gravi ed urgenti motivi e per un periodo di tempo limitato ad una settimana, prolungabile con una richiesta di proroga e con la convalida
del Giudice Tutelare. La legge Basaglia stabilì in sostanza una procedura formale che avrebbe dovuto funzionare da antidoto agli abusi manicomiali. Un tentativo di imbrigliare gli eventuali abusi psichiatrici nelle maglie di una burocrazia che dava, a chiunque ne avesse l’interesse, il diritto a ricorrere verso tale provvedimento, una sorta di controllo democratico sull’operato dell’istituzione psichiatrica che nel suo passato manicomiale si era contraddistinta per particolari violazioni ed atrocità.

A Pisa esiste il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud che si muove ormai da più di un decennio in difesa dei diritti fondamentali delle persone che diventano pazienti psichiatrici e vengono quindi sottoposti al TSO. Il Collettivo viene contattato dai diretti interessati quando sono in reparto, da familiari, da amici e vengono richiesti consigli, informazioni legali e sui farmaci, viene chiesto
aiuto e sostegno o semplicemente di essere ascoltati per denunciare quello che per loro è un abuso. In questo modo pervengono all’orecchio del Collettivo molte storie di vita che quando vengono verificate e approfondite risultano complicate dalla psichiatria stessa.
Come la storia di un uomo, pervenuta di recente all’orecchio del Collettivo, al quale la psichiatria aveva intenzione di fare l’elettroshock. Il signore in questione è stato ricoverato per più di venti giorni all’ospedale Santa Chiara di Pisa senza essere oggetto di alcun provvedimento di trattamento sanitario obbligatorio. In maniera preventiva, non appena l’uomo arrivava al reparto di psichiatria veniva immediatamente legato. L’uomo era li perché non mangiava più da due settimane, ma fu immediatamente legato al letto e solo diversi giorni dopo alimentato. Questa storia è emblematica del fatto che gli psichiatri abbiano avuto immediata premura di legare la persona al letto e di proporre l’elettroshock, ma non di alimentarla. Negli stati di anoressia, quando necessita un’alimentazione forzata, si arriva spesso a legare al letto per prevenire il rischio che il paziente si tolga il sondino naso-gastrico, ma nel caso di quest’uomo la misura di sicurezza preventiva è stata antecedente addirittura all’alimentazione, prolungando così il suo digiuno.

Spesso durante i ricoveri psichiatrici vengono omessi gli obblighi di legge previsti dalla legge 180, procrastinando illegalmente nel tempo, anche per settimane, la formalizzazione del TSO. Re-legare a letto produce rischi per l’apparato respiratorio, mina le capacità motorie e compromette gravemente l’autonomia di una qualunque persona, specialmente per periodi prolungati. Inoltre la risposta omologante e uguale per tutti che si sostanzia nella somministrazione di psicofarmaci, presso il proprio domicilio, in day hospital, in casa famiglia o in reparto, rende la psichiatria pubblica come una sorta di dispositivo di controllo dal quale, una volta entrati, non è facile uscire, facendo sentire le persone completamente espropriate della facoltà di decidere della propria esistenza. In nome di una presunta e presupposta pericolosità sociale, che è sempre importante ricordare non proviene da una sentenza di un tribunale, ma di fatto dal semplice giudizio psichiatrico, vengono limitati i diritti costituzionali delle persone. Dalla esperienza del Collettivo questo approccio psichiatrico alla questione che fa della persona “malata” un nemico della società dal quale bisogna difendersi, produce una sorta di stato di guerra permanente che ad esempio porta alla contenzione al letto anche persone molto pacifiche. Tra l’istituzione e le persone coinvolte c’è una vera e propria guerra fredda in nome della sicurezza preventiva e questo conduce inevitabilmente all’innalzamento di muri di incomprensione e alla degenerazione delle vicende di cui la psichiatria si prende carico.

Tutte le cure dovrebbero essere volontarie senza eccezione per le “patologie psichiatriche”, solo con l’abolizione del TSO si possono superare gli abusi che si sono perpetrati nei manicomi e che oggi
continuano nei reparti di psichiatria. Per non avere altri casi Mastrogiovanni, bisognerebbe smetterla di legare persone, e capire che chiunque se viene maltrattato e forzato diventa pericoloso per chi lo maltratta e lo forza. Al di là di tanta bella teoria, nella realtà dei fatti, la psichiatria pubblica non cerca di conoscere la storia ed il vissuto delle persone, per tutti esiste una sola risposta terapeutica:
quella farmacologica o tutto al più l’elettroshock. Chi non ha abbastanza denaro e non può permettersi uno specialista privato o scegliere liberamente una struttura dove ricoverarsi difficilmente sarà capace di sottrarsi ad un destino che altri hanno “prescritto” per lui.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud – Pisa tel. 335 7002669
antipsichiatriapisa@inventati.org
www.artaudpisa.noblogs.org
Collettivo Telefono Viola- Milano





Dalla repressione alla contenzione quando la psichiatria uccide: Il caso Mastrogiovanni

27 05 2010
Il collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud e la Biblioteca Franco Serantini di Pisa presentano: “Dalla repressione alla contenzione. Quando la psichiatria uccide: il caso Mastrogiovanni”.

Francesco Mastrogiovanni: 58 anni muore il 4 agosto 2009, ricoverato 4 giorni in TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) a Vallo della Lucania. Durante tutto il suo ricovero fu alimentato solo con soluzioni fisiologiche, legato al letto per 80 ore in una posizione in cui è compromessa la normale funzione respiratoria, sedato con farmaci antipsicotici, senza essere monitorato dal personale. Ai polsi e alle caviglie recava escoriazioni larghe 4 centimetri.

Proiezione delle riprese della telecamera di sorveglianza del reparto di Vallo della Lucania.

Interverranno: Gruppo Germinal – Carrara, Comitato giustizia per Franco – Salerno, zone del silenzio – Pisa

 
 sabato 5 giugno 2010
 
ore 16.30 – 19.30
 
Pisa – Saloncino del comitato di gestione della Provincia c/o Largo Concetto Marchesi via Betti